“Con il Covid-19 stiamo agendo in piena
emergenza, perché i tempi sono strettissimi. Con
il cambiamento climatico, la cui evoluzione
sembra più lenta, potremmo pensare di procedere
con maggiore calma, ma va considerato che
anche l’inerzia e i tempi di ritardo delle nostre
azioni in questo caso sono maggiori”.

Fulvio Mazzocchi, ricercatore del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), studio pubblicato nella rivista internazionale “Global Sustainability” (2020),

IL MAR MEDITERRANEO               “HOT SPOT CLIMATICO”

Indice del cambiamento climatico che dovrebbe farci saltare dalla poltrona è il rischioso aumento delle temperature (1.3 °C in più rispetto alla media degli ultimi 40 anni) che si sta registrando da alcuni anni nel nostro tanto amato mar Mediterraneo.

Nel nostro paese il riscaldamento globale si mostra in tutta la sua irruenza, quasi a volerci sbattere in faccia la terribile verità che esso porta con se, nelle nostre spiagge oramai divorate dalla furia del mare.

Come afferma il giornalista Stefano Liberti (“Terra bruciata”, 2020) alla vista del Lido di Spina (provincia di Ferrara) consumato dall’avanzata del mare:

“La spiaggia sembra una trincea: enormi sacchi di sabbia innalzati sulla battigia, a proteggere una duna sbreccata dall’azione corrosiva del mare. Al largo, una barriera di pali di legno tenta di opporsi alla spinta delle onde. Un po’ più indietro, sulla duna che sovrasta il litorale, una fila di ceppi piantati al suolo aspetta di essere ricoperta di terra per costituire un ulteriore argine rialzato.”

Le sue parole rendono evidente come l’uomo tenti di porre rimedio ad un problema più grande di lui con soluzioni utili unicamente nel breve termine. Va precisato però che, nonostante l’uomo appaia inerme di fronte al ribellarsi di una natura da anni sfruttata senza alcun riguardo, solo lui può, con comportamenti responsabili nel lungo termine, mitigare tale problema.

Il mar Mediterraneo è non solo un “hot spot del riscaldamento degli oceani” ma anche di biodiversità ospitando circa 17.000 differenti specie.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

Il grande calore che ha caratterizzato questi ultimi anni ha comportato l’introduzione di nuove specie non autoctone (circa 1.000) di cui il 13% considerate “invasive” e per la maggior parte provenienti dal Mar Rosso e dall’Oceano indiano. Parliamo di specie animali tropicali che, a differenza di quelle indigene, si adattano alla perfezione alle acque calde del “nuovo Mediterraneo” provocando importanti squilibri ecologici.
Un esempio di queste lo troviamo nei pesci coniglio che depredano voracemente le foreste algali devastando l’habitat di altre specie native. Tra i nuovi invasori sono presenti anche le meduse (comuni a tutti gli oceani ed elementi importanti per l’equilibrio dell’ecosistema marino) che dal 2003 hanno conosciuto un aumento senza precedenti in quanto temperature acquatiche elevate aumentano la durata dei “bloom di meduse” (periodi di riproduzione). L’esplosione del numero di meduse ha implicato una serie di ripercussioni oltre che nell’ecosistema marino anche nelle attività di pesca e nel settore del turismo.
Inoltre l’invasione di quest’ultime (organismi planctonici) e il riscaldamento dell’acqua ha comportato e comporterà la diminuzione di plancton, organismi fondamentali in quanto situati alla base della catena alimentare, riducendo di conseguenza le risorse di cibo per gli altri organismi autoctoni. Questi trovandosi a vivere a temperature elevate arrivano a consumare molta più energia del normale per respirare e, per questa ragione, risultano essere maggiormente indeboliti e più vulnerabili alle malattie, consentendo alle specie alloctone, adatte alle nuove temperature, di prendere il sopravvento.
La sofferenza di alcune specie nell’adattarsi alle nuove condizioni, come nel caso del plancton, si riversa anche su altri organismi che dipendono da esse. 
Tale concatenazione di eventi influisce sull’equilibrio dell’ecosistema comportando la perdita di biodiversità. A mettere a rischio tale equilibrio già precario influisce a sua volta l’acidificazione delle acque. Infatti, come già accennato, il mare risulta essere un serbatoio di anidride carbonica. Quando l’anidride carbonica si combina con l’acqua del mare genera acido carbonico che ne determina l’acidificazione. La situazione è allarmante, basti pensare che ad oggi il tasso di acidificazione risulta essere 100 volte più rapido rispetto a quanto avvenuto nell’arco degli ultimi 55 milioni di anni e le specie animali e vegetali potrebbero non riuscire ad adattarsi abbastanza velocemente.

L’acidificazione colpisce la vita marina sotto una molteplicità di aspetti. Tutti quegli organismi marini dotati di un guscio di carbonato di calcio (coralli, ostriche e cozze) sono ostacolati nel processo di costruzione delle proprie conchiglie e del proprio esoscheletro al decrescere del pH dell’acqua marina. Inoltre, l’acidificazione può influenzare la fotosintesi delle piante acquatiche determinando a sua volta la difficoltà, da parte di queste, nell’assorbimento della CO2 e nella produzione di ossigeno (elementi fondamentali per la sopravvivenza della biodiversità marina).

“Tutti gli altri, tutti noi cittadini ordinari, vediamo solo gli effetti più palesi, le spiagge ritirarsi, il livello delle acque alzarsi. Guardiamo il fenomeno con noncuranza. Senza capire che siamo di fronte a qualcosa di imponente. Che quelle spiagge che scompaiono, quelle meduse nuove che ci pungono, quelle tartarughe che paiono dinosauri, quelle creature degli abissi che emergono in superficie o quei pesci colorati e strambi che da altre latitudini penetrano attraverso i pertugi nel nostro mare semichiuso stanno a indicarci che quello che abbiamo di fronte è un processo epocale, che non siamo del tutto attrezzati ad affrontare.”

– Stefano Liberti, 2020

FONTI:

Pasini, F. Mazzocchi (2020), Perception and risk of Covid-19 and climate change: investigating analogies in a common framework, Global Sustainability 3, e 32, CNR.
E. Fanelli (2016), Invasioni biologiche nel Mediterraneo: È possibile trasformare un problema in un’opportunità?, ENEA.

Ferrazzoli (2015), Individuazione dei ‘punti caldi’ del pianeta. Geophysical Research Letters, Observed climate change hotspots, CNR. Stefano Liberti (2020), Terra Bruciata: “come la crisi ambientale sta cambiando l’Italia e la nostra vita”

Simoncelli, F. Reserghetti (2021), Ambiente: riscaldamento oceani, nuovo record nel 2020. Primato per il Mar Mediterraneo, anche sempre più salato, ENEA.
S. Simoncelli, F. Reserghetti (2022), Ambiente: nuovo record per riscaldamento oceani, è allarme anche per il Mediterraneo, ENEA. https://www.wwf.it/uploads/wwf_med_cc6case_studies_2021_ita_1.pdf (consultato in data 1 febbraio 2022) https://www.eea.europa.eu/it/segnali/segnali-2015/articoli/il-cambiamento- climatico-e-i-mari(consultato in data 1 febbraio 2022)

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